IL RICORDO DEL NUBIFRAGIO DEL 1910 A CENTO ANNI DI DISTANZA

27 gennaio 2011

di Donato Sarno

Nelle prime ore di lunedì 24 ottobre 1910 un violento nubifragio si abbatté su Maiori: l’enorme quantità di pioggia, che era caduta incessantemente già durante tutto il giorno precedente, ingrossando il livello dei fiumi e facendo scendere con enorme violenza dalle montagne circostanti acqua, tronchi, fango e materiale roccioso, provocò non solo ingenti danni a giardini,strade, case e magazzini, distrutti o resi inagibili, ma anche la morte di ben venti individui (e non di sei, come erroneamente indicato in Vita Cristiana di Maiori, n. 9 – 10, settembre – ottobre 2010). Il numero delle vittime sarebbe stato addirittura più elevato se le forze dell’ordine e diversi concittadini di varia condizione sociale non avessero compiuto quella tragica mattina eroici atti di salvataggio a favore di tante persone che versavano in situazione di pericolo. Si trattò di una sciagura davvero immane, innanzi alla quale lo Stato e la Chiesa, benché all’epoca in dissidio tra loro per la ferita ancora aperta della Questione Romana, si mossero insieme offrendo con prontezza mezzi di soccorso ed aiuti economici a beneficio della popolazione, che contemporaneamente era afflitta anche da un’epidemia di colera. Il Re Vittorio Emanuele III in persona, dopo appena tre giorni, si recò in visita a Maiori per consolare i sudditi ed anche il Comune si prodigò non poco grazie all’azione del cav. uff. Gaetano Cimini fu Casimiro (1843 – 1923), Sindaco in carica nel 1910, e del suo successore cav. Francesco Conforti fu Andrea (1861 – 1953). Nel villaggio di Santa Maria delle Grazie, dove una frana causò il crollo di buona parte della chiesa parrocchiale, perirono Rosa Salsano, di anni 51, e la figlia Maria Belmonte, di anni 20, che erano in una abitazione adiacente alla chiesa medesima: il corpo della prima non fu mai più ritrovato, mentre quello della seconda venne rinvenuto, a distanza di un mese, sepolto dal materiale alluvionale sotto il portico che precede la casa parrocchiale. Nel rione Casa Imperato poi, che fu il più devastato dalla furia del nubifragio, persero la vita: le sorelle Carmina e Trofimena Della Mura, rispettivamente di 56 e 66 anni; Gaspare D’Amato, di anni 69, la moglie Rosa Scannapieco, di anni 49, e la figlia di quest’ultima Raffaela Pappacoda, di anni 18; Giacomo Della Mura, di anni 67, la moglie Gaetana Giordano, di anni 58, e la figlia Vincenza Della Mura, di anni 14; Maddalena Civale, di anni 62, e la nipote del marito Caterina Albore, di anni 4 e mesi 7; le sorelle Giovanna Apicella, di anni 24, il cui cadavere venne rinvenuto il successivo 30 ottobre sulla spiaggia di Tordigliano dopo Positano trasportato dal mare, e Filomena Apicella, di anni 18, il cui cadavere non fu mai più ritrovato; Lucia Zuppardi, di anni 18, il cui cadavere venne ritrovato a distanza di un mese in un locale terraneo del palazzo Baldi; Antonia Di Landro, di anni 76, il cui cadavere non fu mai più ritrovato. Infine in località Vignolella, sopra Salicerchie, morì un’intera famiglia di contadini, costituita da Angelo Proto, di anni 26, dalla moglie Carmela Cioffi, di anni 24, e dalle figliolette Carmela Avvocata, di anni 3, e Giuseppina Proto, di appena mesi 8, tutti pure mai più ritrovati. Il primo centenario del nubifragio ha visto l’autorità civile e l’autorità ecclesiastica nuovamente unite nel ricordare il triste evento con una serie di iniziative. L’Amministrazione Comunale infatti, grazie all’impegno ed all’interessamento del Consigliere Delegato alla Cultura dott. Mario Piscopo, ha allestito nel salone di palazzo Mezzacapo una interessante mostra documentaria, arricchita da molte fotografie inedite tratte dall’archivio del fotografo Gino Landi, ed ha ivi organizzato nel pomeriggio dello scorso 23 ottobre un convegno sul tema “Maiori e il nubifragio del 1910”, al quale hanno preso parte, come relatori, lo scrivente, don Nicola Mammato, l’ing. Giulio Tagliafierro e il giornalista Sigismondo Nastri, con l’intervento anche del Prefetto di Salerno dott. Sabatino Marchione. Al convegno – i cui atti saranno pubblicati nei prossimi mesi – ha fatto seguito un concerto tenuto dal coro della Collegiata di Atrani nella chiesa di Santa Maria delle Grazie, dove poi, alle ore 11 di domenica 24 ottobre, è stata celebrata dal Parroco don Nicola Mammato una S. Messa di suffragio per le vittime del nubifragio con l’offerta dell’olio votivo da parte del Sindaco di Maiori dott. Antonio Della Pietra. Al termine si è svolta una devota e raccolta processione per le strade del villaggio con il venerato simulacro della Madonna delle Grazie. In Collegiata è stata esposta la statua di Maria SS. della Libera, la quale, dopo un’altra S. Messa di suffragio celebrata alle ore 18.00 dall’Arcivescovo di Amalfi mons. Orazio Soricelli unitamente ai sacerdoti don Vincenzo Taiani, don Nicola Mammato e don Gennaro Giordano, è stata portata processionalmente con candele accese per le vie del Corso Reginna con grande seguito di fedeli e con l’accompagnamento delle autorità civili e militari fino al rione Casa Imperato, dove ha sostato per un momento di preghiera, e quindi ha fatto ritorno nella limitrofa cappella a Lei dedicata. Infine alle ore 20.00 nell’atrio del palazzo Mezzacapo è stata scoperta e benedetta una lapide commemorativa, voluta dall’Amministrazione Comunale e riportante i nomi delle vittime del nubifragio del 1910, posta di fronte all’altra lapide già esistente in ricordo delle vittime dell’alluvione del 1954. Una fiaccolata ha chiuso infine la serata, i cui aspetti più significativi sono stati ripresi in un video pubblicato sul sito internet parrocchiale www.santamariaamaremaiori.it . Si è trattato pertanto di un sentito tributo di omaggio ai nostri padri, che ha avuto un carattere non solo storico – scientifico ma anche e soprattutto, come giusto e doveroso, un carattere religioso e che ha evidenziato ancora una volta il profondo legame e la forte devozione del popolo di Maiori verso la Vergine Santissima.

Pellegrinaggio a Medjugorje

27 gennaio 2011

Perché fare un pellegrinaggio? Perché andare così lontano per incontrare Maria? A volte abbiamo bisogno di metterci in cammino, lasciare le nostre sicurezze, e per un po’ allontanarci da quella che è la nostra vita quotidiana, che tante volte non ci permette di capire l’essenziale. Per il cristiano l’essenziale è incontrare Gesù Cristo, fare esperienza del suo amore e Maria è stata colei che ci ha donato questo “amore”. Così, come Abramo, che ha lasciato tutto per seguire il Dio creatore, cosi anche noi, sotto la guida di Don Nicola Mammato, abbiamo ha accolto nel proprio cuore l’invito, (anzi la chiamata) e siamo partiti.

Di buon ora, prima dell’alba, domenica 7 novembre alle 03.30, il pullman lasciava Maiori per dirigersi a Padova, la prima tappa di questo lungo ma, come si è poi rivelato per tutti, toccante ed entusiasmante viaggio. La vista della basilica di Sant’Antonio, che i padovani chiamano in modo confidenziale “Il Santo”, e che ci ha subito destato dalla stanchezze e dalla notte di viaggio, era pronta ad accoglierci, nella sua immensità e santità. Appena entrati, ci siamo rinfrancati subito, ammirando le sue bellezze artistiche in essa racchiuse, sentendoci avvolti in quella sua atmosfera di preghiera. Anche la pioggia ha voluto darci il suo benvenuto, ma è stata accolta da noi con pazienza e con serenità. Dopo aver nutrito il nostro corpo e la nostra anima, siamo ripartiti alla volta di Medjugorje. Avamposto di questa nostra attesa meta, è stato il paese di Crikvenica, che ci ha ospitati per la notte. E così il mattino dopo, eravamo in viaggio per Medjugorje, (che in lingua serba vuol dire “in mezzo ai monti”), dove, una volta arrivati, abbiamo conosciuto la nostra guida, Anna, che ci ha accompagnati, spiegandoci e illuminandoci con la sua bravura e professionalità, tutto quello cha abbiamo visto.

È stata una forte emozione vedere, alla luce del giorno, la chiesa di San Giacomo, ormai diventata famosa per le numerose foto e servizi televisivi. Finalmente eravamo arrivati, anzi avevamo risposto all’invito di Maria, che lì da Lei eravamo stati chiamati. Sin dalla prima sera, quando abbiamo partecipato alla Santa Messa, abbiamo avvertito che quel posto era, per così dire, “speciale”. Ci siamo ritrovati nella parrocchia di san Giacomo a pregare senza nemmeno rendercene conto, siamo entrati in questa chiesa con tante grazie da chiedere, con tutte le nostre preoccupazioni, sofferenze, scoraggiamenti da presentare a Maria, ma appena varcata quella porta abbiamo dimenticato tutto, lì c’era Gesù che ci attendeva. Il nostro cuore ha subito trovato quel riposo che esso bramava, eravamo lì e d’un tratto i nostri pensieri erano solo per Lui e per Maria. Preghiera silenziosa, raccoglimento, il dolce canto  di alcuni ragazzi che ci immergeva ancora di più questo clima di meditazione, ci hanno condotto in una realtà alta e divina.

Con il cuore colmo di gioia e di una non ben definibile, o forse sì,  leggerezza, abbiamo fatto conoscenza con il luogo santo. Il Cristo risorto, bellissima scultura in bronzo che è un richiamo per tutti i pellegrini, ci attendeva con le sue braccia aperte, che dopo aver sconfitto la morte, ci avvolgeva in un abbraccio misericordioso. Ci siamo, alla sua vista, messi in silenzio e in preghiera. Ognuno di noi ha voluto intingere il suo fazzoletto nell’acqua che fuoriesce dalla sua gamba, come per portare un po’ della Sua grazia con sé, per non dimenticare il proprio battesimo e la vera acqua che per sempre disseta.

Il ruolino di marcia del nostro pellegrinaggio, prevedeva una visita in tutti luoghi sacri del posto, allora non poteva scappare la salita al monte Podbrdo. Il Podbrdo è il luogo in cui la Regina della Pace apparve per la prima volta e per i primi tempi. Con questo nome, in realtà, non si indica il monte, ma la zona ad esso sottostante. Il nome del monte è Crnica. Esso non è altro che una collina brulla e piena di pietre. Nei primi anni, il sentiero era quasi impraticabile, oggi invece, grazie al gran numero di pellegrini che vi salgono ogni giorno, esso è molto più semplice, anche se l’ascesa comporta sempre una certa fatica.

Qui, dopo una attenta salita sulle rocce aguzze e accompagnati dalla recita del rosario, ci siamo trovati di fronte alla statua della Madonna. Le parole non possono raccontare l’alone di sacralità che avvolgeva il luogo. In religioso silenzio abbiamo salutato Maria, sostato con Lei, chiesto la Sua intercessione e lasciato le nostre preghiere, anche per chi non era con noi fisicamente.

Un’altra tappa è stata la visita della città di Mostar, un gioiello architettonico-medioevale, il cui centro storico è stato inserito nella lista dell’U.N.E.S.C.O. . La vista del ponte, diventato il simbolo della città, ha richiamato la nostra attenzione sulla inutilità e bruttura delle guerre, visto che esso è stato distrutto dalla, tristemente famosa, guerra in Jugoslavia. La volontà di rinascita che è tipica degli essere umani, tuttavia, ha fatto si che, dopo un attento e meticoloso lavoro di recupero e di restauro, il ponte risorgesse a nuova vita, cercando di riutilizzare i pezzi e le macerie in cui era stato ridotto. E ora, dalla sua bellezza, fa da monito a tutti noi, per le nostre azioni.

Oltre ai luoghi sacri, abbiamo fatto conoscenze anche con posti, che sono nobili e alti per il loro fine. Come una struttura per bambini abbandonati e con problemi familiari, e la Cittadella, nata su iniziativa di Chiara Amirante, fondatrice dell’associazione Nuovi Orizzonti. Qui trovano ospitalità ragazzi con vari problemi alle spalle, con drammi personali e familiari, come abbiamo potuto vivere da una testimonianza fatta da una ragazza che lì ha trovato la forza di emergere dai suoi problemi e rifarsi una vita.

Purtroppo, come tutte le cose belle per le quali il tempo viaggia più del doppio, è arrivato il tempo di lasciare Medjugorje, alla volta di Spalato, dove ci attendeva la nave per Ancona, e da lì per Loreto.

La Messa quotidiana, l’adorazione eucaristica che abbiamo vissuto con forte emozione, la salita al monte delle apparizioni, l’incontro con chi ha testimoniato che Dio esiste e cambia le nostre sofferenze in gioia, ci ha lasciato un segno profondo nel nostro cuore, di commozione e felicità.

Spalato, al città di Diocleziano, è dominata dal suo palazzo pregno di storia antica, ma il tempo era poco e quindi dopo una piccola visita, abbiamo mollato gli ormeggi per Loreto.

Anche qui, un altro luogo mariano per eccellenza, le parole sono diventate emozioni profonde alla vista dell’imponente Santuario. I nomi degli artisti che lo hanno edificato e reso tesoro per le loro opere d’arte, urlano e rimbombano sopra i muri e all’interno del pio sito. Il cuore del santuario, è la casa di Maria a Nazareth. La leggenda vuole che essa sia stata trasporta dagli angeli, ma la storia ci spiega che è arrivata fin qui, grazie all’opera e alla fede di persone che, mattone su mattone, l’hanno smontata dal suo luogo natio e rimontata a Loreto. Indescrivibile essere entrati tra le mura dove Maria ricevette la santa annunciazione.

Proprio un bel luogo da vivere, cosi come il paese attorno, che merita una visita!!!!

Dopo un ristoratore, ottimo e  abbondante pasto in un ameno, accogliente ristorante, il pellegrinaggio faceva ritorno a Maiori.

La felicità che abbiamo provato in questo emozionante pellegrinaggio, dovrebbe essere un testamento da lasciare a al prossimo. Ricche sono state le belle sensazioni, ciò che abbiamo vissuto e che è rimasto incatenato nella nostra anima, resterà per sempre nei nostri cuori. Chi scrive è rimasto colpito dal clima di vera amicizia che è nata tra noi pellegrini. Persone che prime non si conoscevano, ora si salutano amichevolmente, entusiasti perché accomunati da questa toccante esperienza. Come una grande famiglia.

Un ringraziamento speciale va a chi ha messo in piedi questo viaggio, Gaetano, nostro autista del pullman e il suo amico e collega Mimmo. Impeccabili nell’organizzazione e nella professionalità. Complimenti sinceri a tutti e due. Anche ad Anna, la nostra guida, seria e paziente, va il nostro plauso.

Non possiamo dimenticare la guida spirituale di Don Nicola, sapiente e meticoloso nella sua veste di parroco e di amico di viaggio.

Arrivati alla metà di questo pellegrinaggio, abbiamo capito che era solo l’inizio del cammino, un cammino verso la pienezza della vita, verso l’ “Essenziale”. Noi maioresi siamo fortunati perché la nostra terra è mariana, tutto ci parla di Maria, ma allora perché partire? Medjugorje è stato scelto da Maria per dire a tutto il mondo di pregare, amare, perdonare, di ritornare da Suo Figlio, di decidersi per Dio e di metterlo al primo posto nella nostra vita, senza avere paura (questa viene dal demonio), ma con fiducia abbandonarsi a chi ci ha creato e amato prima che noi esistessimo, con la certezza che Lui ci darà cento volte tanto. Se oggi tutto questo avviene nel nostro cuore, allora ogni parrocchia sarà una piccola Medjugorje.

Nell’attesa del prossimo pellegrinaggio, un augurio sincero  a tutti voi.

Maria Assunta Acconciagioco e Roberto Pisani

QUANDO SUL MONTE FALESIO C’ERANO I MONACI CAMALDOLESI: LA STRADA DELLE DONNE E LA STRADA DEGLI UOMINI

10 maggio 2010

di Donato Sarno dal Bollettino Vita Cristiana di Maiori n°5/6 2010


Com’è tradizione, molti di noi il 24 e 31 maggio prossimi si  recheranno sul monte Falesio in occasione – rispettivamente – della festa e dell’ottava della festa della Vergine Santissima  Avvocata, che ivi si venera sin dall’anno 1485. Quelli che salgono da Maiori sanno bene che, superata la sorgente chiamata “acqua del castagno”, dopo un altro po’ di cammino vengono a trovarsi innanzi ad un bivio: una strada, più breve ma con maggiore pendenza, porta, in linea diritta, sotto il campanile della chiesa passando per la “grotta delle soppressate”, mentre un’altra strada, più lunga ma con minore pendenza, costeggia un secolare albero di tiglio e quindi, allungandosi verso est e passando per la cosiddetta “vigna vecchia”, sbuca di fronte ai locali già adibiti a convento. Oggi ognuno sceglie liberamente e a proprio piacimento quale delle due strade percorrere, ma in passato non era così. Infatti quando sul Falesio c’erano i monaci Camaldolesi – vale a dire dal 1686 al 1807 –, la prima strada era riservata alle donne e la seconda agli uomini. La notizia, finora sconosciuta, è contenuta in un interessante carteggio rinvenuto dall’amico Crescenzo Paolo Di Martino nell’archivio del Duomo di Ravello, che egli sta riordinando con precisione e professionalità, come d’altronde ha già lodevolmente fatto qualche anno fa con l’archivio della nostra Collegiata. Per comprendere il motivo della presenza di una strada delle donne e di una strada degli uomini dobbiamo considerare che i Camaldolesi conducevano una vita eremitica improntata a costumi assai rigidi e severi;  conseguentemente all’interno del loro convento sul monte Falesio e degli spazi annessi, essendo luoghi di clausura, era assolutamente vietato l’ingresso alle donne e la regola non conosceva eccezioni di sorta. Tale divieto avrebbe comportato per esse l’impossibilità di recarsi in pellegrinaggio presso la Madonna Avvocata. Per evitare ciò, si decise di permettere loro, solo in un giorno all’anno, di entrare, debitamente velate, in chiesa ed assistere alle sacre funzioni, ma con l’obbligo di percorrere la prima delle due descritte strade. I pellegrini, dunque, giunti al bivio, si separavano: le donne salivano per la strada con maggiore pendenza che le portava sotto al campanile e qui, per un passaggio, si immettevano direttamente in chiesa, senza così transitare per le altre zone dell’eremo loro interdette; gli uomini invece percorrevano l’altra strada, più lunga e pianeggiante, attraversando la zona della clausura, che iniziava, ancora prima del convento, dove ancora oggi ci sono due pilastroni in muratura. Tra le donne che si recavano ogni anno in chiesa sul Falesio “nel giorno permesso … per visitare, e venerare quella Sagra Miracolosissima Immagine della Gran Madre di Dio”, incoronata dal Capitolo Vaticano nel 1743 per i molti prodigi operati, vi era anche l’”Illustre Signora” Donna Teresa Sambiase, moglie di Don Filippo Mezzacapo, la quale saliva da Maiori “in sedia portatile”. La strada delle donne, “appoggiata come per aria all’alpestre Montagna”, era però divenuta “non solo impratticabile, ma pericolosissima” per chi andava “in sedia”, tanto che Donna Teresa si era “trovata per due volte in procinto di precipitare in quei dirupi”. Ella allora, che non voleva per questo rinunziare a rendere omaggio alla Madonna Avvocata, di cui era devotissima per essere la Vergine “speciale Protettrice” della famiglia Mezzacapo, decise di presentare nel 1756 una supplica scritta “alla Santità di Nostro Signore Papa Benedetto XIV”, nella quale chiedeva che le venisse concessa la grazia “di poter salire al suddetto Santuario per l’altra strada più piana detta la Vigna Vecchia, che si prattica dagl’uomini”, così da pervenire senza pericolo in chiesa, e precisava che l’attraversamento della clausura sarebbe avvenuto da parte sua sempre “in sedia portatile” e “senza fermarsi nè per un sol momento nel passare per la dettaclausura”. Il Pontefice, con rescritto del 29 marzo 1756, assunte le opportune informazioni, rimise la questione all’Arcivescovo di Amalfi monsignor Nicola Cioffi, il quale, una volta ottenuto dal Priore dei Camaldolesi dell’Avvocata “Don Gaetano della Cava” il necessario consenso alla richiesta presentata, in data 30 ottobre 1756 accordò a Donna Teresa la facoltà di raggiungere “pro sua devotione” la chiesa dell’Avvocata transitando, in maniera del tutto unica ed eccezionale, per la strada degli uomini e quindi per la clausura, a condizione che ciò avvenisse con le modalità indicate nella supplica e senza passare o fermarsi in altre parti dell’eremo, sotto pena di nullità della grazia ottenuta e di altre censure apostoliche. Dopo poco più di cinquant’anni, e precisamente nel 1807, i Camaldolesi furono cacciati via con legge di Giuseppe  Napoleone tra il dolore dei fedeli che assai li stimavano e, essendo venuta meno la clausura, non si parlò più di strada delle donne e strada degli uomini, sicché col tempo di ciò si perse finanche il ricordo. Le due strade comunque ancora oggi sono lì: nel ripercorrerle nei prossimi giorni, una volta giunti al bivio, pensiamo ai nostri progenitori che prima di noi le attraversarono per venerare la Madre di Dio sotto il dolce titolo di Madonna Avvocata ed imitiamone la fede e la devozione da cui essi furono mossi ed animati.

Davanti alla Sindone

26 aprile 2010


Tornare a Torino nel 2010, dopo esserci stato nel 1998 e nel 2000, è come andare ad incontrare un amico che ti accoglie con un “silenzio” penetrante e una carezza colma di tenerezza. Immettersi nella fila di persone proveniente da tutte le parti del mondo sembra di far parte di quella folla che si accalcava attorno a Gesù di Nazaret per ascoltarlo, per vedere un segno prodigioso, per essere guariti. Sembra rivivere quel versetto del Vangelo: “ Alcuni greci chiesero a Filippo ed Andrea: vogliamo vedere Gesù.(Giov.12,21)”.

Davanti a quel telo senti nel cuore una voce rassicurante … non avere paura … io ho vinto il male … ho vinto la morte. In quella immagine c’è Dio che si fa compagno di viaggio di tutti gli uomini incurvati dal peso della sofferenza che cercano e invocano speranza.

Guardando la Sindone ho intravisto Gesù barcollante e malconcio avanzare davanti al Padre e dire: “ Mi accollo io tutti i loro peccati ….. Tu Padre perdonali”.

Nel profondo del cuore sorge spontanea la preghiera: “ Perdonami, per favore aiutami a capirmi, grazie per tutto quello che fai per me”.

Don Nicola Mammato

Insigne Collegiata di S. Maria a Mare

6 febbraio 2010

Nel secolo XIII, sull’antica rocca di S. Michele, edificata a difesa dei Longobardi e demolita in gran parte da una incursione di Pisani nel 1137, fu ampliata la chiesetta già esistente e costruita la Basilica dedicata a S. Maria a Mare a seguito del prodigioso ritrovamento nel 1204.

La chiesetta nel corso dei secoli ha subito trasformazioni ed ampliamenti: nel 1529, nel 1748 e, in ultimo, la più radicale e imponente, nel 1836 su disegno dell’architetto napoletano Pietro Valente.

Di antico rimane il soffitto dorato a cassettoni che copre la volta della navata centrale, eseguito nel 1529 dal pittore napoletano Alessandro De Fulco su commissione di alcune nobili famiglie maioresi.

La cupola è rivestita di embriaci maiolicati caratteristici dell’architettura sacra della costa.

Nella monumentale sagrestia a croce greca, risalente al XVIII secolo, si apre un’ampia loggia da cui è possibile ammirare l’intero golfo, inoltre ivi è anche conservata una grande campana fusa nel 1334 superstite, insieme ad un’altra ancora in funzione, di ben undici grandi campane prima esistenti.

Sottostante la sagrestia vi è la cripta nella quale è stato allestito un museo di arte sacra dove è possibile ammirare dipinti, argenterie, sculture in legno, paramenti, a partire dal XV secolo.

Un monumentale organo polifonico, costruito agli inizi del XX secolo, raro e prezioso esempio di arte organaria del periodo romantico, sormonta l’ingresso della navata centrale, contrapponendosi con lo splendore delle sue circa 1700 canne allo splendore dell’altare maggiore dove troneggia la statua lignea di S. Maria a Mare insigne protettrice della Città di Maiori.

LA FESTA DEL PATROCINIO CON LA NUOVA CORONA D’ORO ALLA MADRE MARIA E IL NATALE CON LA NUOVA CORONA D’ORO AL FIGLIO DIVINO GESÙ BAMBINO

15 gennaio 2010

Don Danilo incorona la statua

di  Andrea  Macchiarola

In occasione dei festeggiamenti del Patrocinio di Santa Maria a Mare di quest’anno la nostra Comunità ha potuto vivere un’intensa e particolare emozione. Già da qualche anno è consuetudine che il terzo sabato di novembre, vigilia della Festa, la Statua sia esposta in forma solenne alla venerazione dei fedeli. In passato, invece, Essa  veniva collocata nel Presbiterio in forma privata, a porte chiuse, e solo dal primo pomeriggio i devoti potevano accedere alla Collegiata. Per volere del nostro Parroco, don Vincenzo Taiani, si è giunti finalmente, dopo vari tentativi, ad una codificazione del rituale per l’esposizione della Statua della Madonna in occasione del Patrocinio di Novembre. Mutuando la tradizione del 14 agosto, ora il Sacro Simulacro esce  processionalmente dalla Cappella del SS. Sacramento,  raggiunge il sagrato attraversando la navata centale e rientra percorrendo la stessa navata, per essere intronizzata nel Presbiterio.

La  cerimonia di quest’anno è stata quanto mai speciale perché nel suo svolgersi  si è avuta la Benedizione della nuova corona d’oro, che ha ripreso totalmente la fattura di quella vecchia di metallo argentato e che l’ha sostituita sul venerato capo della statua della Madonna. Nel numero di luglio-agosto 2009 di Vita Cristiana ho avuto modo di esporre quello che sembrava un progetto di difficile concretizzazione: poter sostituire la vecchia corona in argento con una nuova realizzata con  la fusione dei tanti oggetti in oro offerti alla Madonna. Pur avendo ottenuto l’autorizzazione necessaria da parte  del nostro Arcivescovo, Mons. Orazio Soricelli, permaneva l’insormontabile difficoltà di reperire i fondi per poter finanziare l’esecuzione di un manufatto, di cui eravamo in possesso della sola materia prima.

Consentitemi di affermare che è proprio vero che, affidandosi alla Provvidenza e alla Madonna, ogni ostacolo svanisce.

Posso dire che un pomeriggio mi sono trovato a rispondere ad una delle tante e spesso strane telefonate, che pervengono in Collegiata. Un ignoto interlocutore, dopo avere espresso i propri sentimenti di profondo legame alla nostra Mamma Celeste, mi chiese perché la Statua dell’Assunta non avesse una corona d’oro come le tante statue, che possono essere ammirate in altre Chiese o Santuari. Con non poco imbarazzo cominciai ad addurre motivazioni che, alla fine, denunciarono la impossibilità di reperire fondi al fine di sostenere l’ingente spesa di realizzazione.

Dopo un attimo di silenzio mi sentii dire che il problema economico poteva essere  superato,  se fosse stato rispettato l’anonimato di chi finanziava il lavoro da eseguire. Così è stato e, come sperato, in occasione del 240° Anniversario dell’Incoronazione della statua di Santa Maria a Mare, anche la Statua dell’Assunta ha avuto la Sua corona d’oro.

Ma torniamo alla cronaca della funzione del 14 novembre, quando, alle ore 10, la folla, che gremiva la nostra Collegiata, attendeva l’apertura della tenda della Cappella del SS. Sacramento per poter rivedere la venerata Statua. In un tripudio di commozione e applausi la Madonna è poi giunta al centro del transetto, sotto quella cupola  che rende visibile e inconfondibile la nostra Chiesa in tutta la Costiera. La nuova Corona, portata processionalmente dal  seminarista Ennio Di Maio, è stata benedetta  dal Parroco don Vincenzo Taiani, delegato dal Vescovo, ed è stata posta sul capo della Vergine dal novello Sacerdote don Danilo Mansi per poi proseguire l’iter processionale e dare inizio alla Festa.

(continua in 2a pagina)

Altra particolarità dell’evento, nella consuetudine dei festeggiamenti, è stata  la grande esplosione di gioia della folla alla vista della statua della Madonna, al Suo giungere in Piazza Raffaele d’Amato all’inizio della processione del giorno 15 novembre. La storia, però, non finisce qui….

Premetto che la realizzazione di una corona prevede un processo di fusione e di riduzione in lamine dell’oro che comporta l’impiego di un quantitativo di oro superiore a quello che alla fine sarà il  peso effettivo della stessa. Nel nostro caso notevole è stato il residuo di fusione restituito. Ed è a questo punto che è ritornata la “Provvidenza”. Un altro anonimo benefattore! La richiesta, questa volta, era di realizzare una corona d’oro anche per Gesù  Bambino alle stesse condizioni di anonimato.

Il  Gesù Bambino,  un tempo oggetto di  venerazione nelle case dei  Maioresi , che  adesso è custodito nel Museo “Don Clemente Confalone” e che è portato in processione a chiusura delle festività  natalizie, è stato  esposto in maniera solenne durante la Messa di  Natale di mezzanotte.

Proprio durante il rito liturgico, con una toccante valenza simbolica, è stata benedetta e sostituita anche la Corona d’argento della Statua del Bambino Gesù con una di oro.

Si è completato, così, anche un prezioso intervento di valorizzazione sotto l’aspetto artistico-culturale, iniziato con il restauro  conservativo delle parti lignee, cui ha fatto seguito, nel 2008, il rifacimento del vestito in seta con ricami in oro.

La statua di Gesù Bambino è rimasta esposta per tutto il periodo natalizio in una cornice molto scenografica e sfolgorante, nella quale emergeva una schiera di splendidi angeli in cartapesta restaurati di recente, grazie alla generosità dei tanti devoti. Grande è stata la generosità dei benefattori, come ha avuto modo di sottolineare il nostro don Vincenzo in occasione dei riti di Benedizione delle due Corone. Egli ha anche invitato i presenti a pregare per chi con amore e devozione ha donato, chiedendo soltanto silenzio. Al suo unisco il mio grazie di cuore anche per la grande fiducia riposta.

MUSEO DI ARTE SACRA “Don Clemente Confalone”

15 gennaio 2010

Comitato per il restauro del “Quadro della Madonna” dei pittori Conforti e Nicoletti

VERBALE N° 1

L’anno 2009, il giorno 30 agosto, alle ore 10, si è riunito il Comitato per il restauro del “Quadro” della Madonna opera dei pittori Conforti e Nicoletti, nominato in data 18 agosto 1009, per discutere il seguente ordine del giorno:

1) nomina presidente e suoi diretti collaboratori;

2) esame proposta di restauro;

3) eventuale conferimento incarico per l’esecuzione del restauro;

4) invito a far parte e diventare membro del comitato all’Avv. Torino Vittorio.

Sono  presenti:

il Sac. Vincenzo Taiani, Parroco della Collegiata, l’Arch. Macchiarola Andrea, Direttore del Museo, il Dott. De Stefano Luigi, il Dott. Capone Raffaele, il Sig. Rumolo Vincenzo, l’Ing. Taiani Antonio, i quali confermano la loro disponibilità a far parte del Comitato e ad adoperarsi affinché l’iniziativa possa essere felicemente portata a termine. Dopo ampia discussione, vengono unanimemente eletti:

Presidente: Dott. Luigi De Stefano

Vie Presidente: Dott. Raffaele Capone

Segretario: Arc. Andrea Macchiarola

Tesoriere: il Parroco Don Vincenzo Taiani.

Si passa quindi all’esame del progetto di restauro, presentato dalla dott.ssa Irina MARTONE ed   allegato al presente verbale come parte integrante dello stesso, che prevede un intervento radicale sulla tela e la messa in opera di tutte le tecniche necessarie per il recupero e la salvaguardia del dipinto a fronte di una spesa complessiva stimata in Euro 9.600,00 (novemila e seicento esuro).

Il Comitato, considerata ed accertata la spiccata professionalità della restauratrice, anche sulla scorta del curriculum esibito e dei lavori eseguiti, e preso atto che l’opera verrebbe svolta in chiave affettiva in quanto la stessa appartiene ad una famiglia originaria di Maiori, a voti unanimi approva il progetto di restauro in tutto il suo insieme ed il conferimento dell’incarico esecutivo alla dott.ssa Martone dando mandato al Presidente di perfezionarlo, con apposito atto.

A voti unanimi si approva l’idea di invitare l’Avv. Torino Vittorio, Console della Repubblica di S. Marino, in considerazione non solo della sua rinomata personalità, ma anche del suo amore per la Città di Maiori, nonché della sua affezione ai beni culturali della Collegiata e si dà mandato al parroco e al direttore del Museo di concretizzare l’invito tramite lettera scritta.

Quadro della Madonna” dei pittori Conforti e Nicoletti

Del che è verbale, letto, approvato e sottoscritto